
E' qui. Dove siamo passati tutti, in un pertugio caldo e scuro. Un tunnel. Stretto, afoso, sudato. Non esiste aria nella Basilica della Natività a Betlemme, tutto è sprofondato nell'aurea muscosità di fiati umani, sfangati, oltre il quadro di storici trionfi. E' qui. Una nascita come tante, ordinaria, e per questo così incessante e presente. Inutile volerla cancellare, come tentano, ogni anno e ogni giorno, i potenti cui verrà rovesciato il trono
[cfr. questo link]. Poi, da vicenda marginale di

tutti, è diventata, grazie a San Francesco, gloria di ognuno. Non ancora rivoluzione. Ma la scaturigine di essa, che tutte le volte si rapprende e si manifesta, e si fa anelare. Dall'Oriente all'Italia, Joshua trasmutato in Gesù. Da Assisi alla Campania. Una nascita che santifica il lavoro diuturno, ign

orato, di schiene curve, di occhi acuti e incavati dietro arcolai, scarpe, fienili, grucce, campi. Il trionfo di ogni povero, perfino di ogni animale da cortile, che sembra esultare nella sua gioia inarticolata. E mazzi di bacche, e ori, e verdura, in rigogliose e rustiche opulenze. Una luce che irrompe solida come campitura d'olio. Tre secoli fa, in una bottega di Napoli, qualcuno rielaborò la caravaggesca
Vocazione di Matteo; ma anticipò anche le taverne manzoniane e i minatori di Van Gogh. Spesse caligini e cinerei afrori, una familiarità buia, dolorosa, torva. Ma non mai abbandonata.

Oppure Natività rococò, monumentali, antiquate, troneggianti fra pendole e credenze, bauli aviti, spettinati fiori. Era il Natale superstizioso e mutilo della dominazione spagnola: in esso ritrovo le pagine di Elsa Morante, la prostituta Santina che

bacia la statua del santo prima di concedersi all'ennesimo cliente. Nei presepi di conchiglie, invece, rivediamo Masaniello, la festosità incosciente del lazzaro felice dietro al suo banco al mercato. Anch'egli un pescatore di uomini, stramazzato poi in una chiesa, redentore senza resurrezione. Poi, Napoli si fonde con la Francia. Ecco una composizione in
biscuit: la Madonna deliziosa come una damina liberty,

pioggia di fiori di Teresa di Lisieux. San Giuseppe austero ma dai tratti soavi, politi e signorili, quasi un magnanimo benefattore in un regale manto violaceo. Ci sono i presepi come ce li immaginiamo: a metà fra l'Oriente delle fiabe e gli spettacoli quotidiani dell'Italia rurale. I presepi montani, gravidi di fascine e odorosi di castagne e foglie umide, paioli e camini. Dappertutto, e sempre e solo, la fami
glia, il presepe nel presepe. Abbandonata, festosa e commovente, la famiglia nell'interno giallo, splendente, il presepe del vecchio, del nonno,

dell'accoglienza secolare. E torna a riaffacciarsi il disperato desiderio di Van Gogh:
"Meglio procreare che fare quadri";
"In ogni uomo sano che segue la natura c'è un'energia germinativa come nel chicco di grano. Quindi la vita secondo natura è germinativa. Ciò che l'energia germinativa è nel chicco di grano, in noi è l'amore". Il cantico che si scioglie nelle braccia allargate nel vecchio si riassume così. E la scelta di piovere nel
vaso d'elezione - dapprima l'utero, poi la famiglia - era l'unica attuabile per un Dio che volesse scegliere un tratto compiutamente umano. E non per esclusione, ma per circolarità. Per racchiudere tutto e tutti. Qualsiasi realtà è famiglia, se esistono corpi, vite, relazioni.
Presepi in città. Sotto i simboli dell'arte ufficiale, immensi e spalancati. E fortezze asserragliate. In fondo. Già nel neopaganesimo, come una
Cena del Veronese. E' Milano. Che più che Naviglio, diviene

laguna. Acqua torpida, cadenzata ogni tanto da remi di pingui chiatte. E' in periferia, e solo lì, che s'irradia una luce. Una luce che non fende il freddo, ma attira a sé. Che invoca movimento. Teocentrica. Che richiede il "sì" dell'uomo.

Presepi che sorgono tra rovine dell'antichità. Rovine d'un mondo decaduto, debosciato, d'inutile biancore. Un presepe che annuncia nuove umanità sommesse dopo un'esplosione nucleare. Quegl'inutili ruderi da
day after, ormai inservibili. Se può inanellarsi un Magnificat, esso può udirsi solo nell'umile silenzio e nel ringraziamento.

Presepi, ancora, strani e strambi, diroccati, reinterpretati. Con un'ambientazione all'apparenza tradizionale: la grotta, le pecore, i pastori. Ma fissiamoli meglio: si tratta di composizioni, anch'esse,

metropolitane, concepite nel marasma plumbeo di qualche condominio spaventoso. E, infatti, vi domina il grigio sucido dello smog. Sono presepi bovisaschi, da Ferrovie Nord, di quartieri sironiani. Presepi di agglomerati senza Dio. Lui viene anche lì. Stentato come l'erba che contorna noduli di travesine. Giunge piano. La luce è biancognola. Eppure giunge, con lieve mano tesa...
...e torna all'origine, alla linearità bizantina delle icone, al blu d'oasi, ai neomosaici delle odierne chiese, ai sassi, alla gioventù che non teme di riscoprirne la geografica lontananza. Il Cristo universale si riappropria, nella mente dei ragazzi, del Gesù di Betlemme, della Natività calda e scura, conscia d'intraprendere un cammino iniziatico, e mai sazia di sé.
N. B.: Il cardinale arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi,
ha visitato i rom del Triboniano. Un evento storico, disertato però dalle istituzioni locali, impegnate piuttosto a negare agli "zingari" le case popolari. Esse preferiscono brindare a champagne davanti a bambinelli di gesso.
N. B. - 2: Yara rimane vicina al nostro cuore, ma fisicamente irraggiungibile. Se Natale è tutto l'anno, torna, piccolina.
Tutte le immagini sono state scattate durante la mostra di presepi artistici allestita nei locali delle ex-ghiacciaie (piazzetta Cavour, Bresso), fino al 6 gennaio 2011.