venerdì 31 dicembre 2010

Ricordi di Renato

Lo scorso 30 settembre Renato Zero ha compiuto 60 anni. Celebrato, celebratissimo e amato da tutti. Inutile aggiungere elogi ai tantissimi che ormai gli giungono anche da chi l'aveva sempre combattuto ed emarginato. Gli proponiamo, semmai, questi ricordi. Nostri e suoi. Affinché, di là da alcune recenti prese di posizione, che paiono aver offuscato una carriera costruita con lotte e sacrifici, non ci si dimentichi mai, nella gloria e nell'anonimato, delle proprie origini. Abbiamo iniziato il 2010 con un post su di lui: è giusto terminarlo nello stesso modo.








Il primo: un transistor. La musica, un po' gracchiante, trascinava e dava corpo ai miei sogni di bambina già cresciuta e scarabocchiata dalla vita. Non avevo neanche dodici anni. Ed ero tanto curiosa. Troppo. Portavo lunghi capelli scomposti. La canzone s'intitolava Madame. Un pensiero: "Parla di sesso". Un'immagine: lo vedevo un marinaio, un Querelle ante-litteram. Non era un brano tratto dall'album Trapezio, in fondo? Come il film del '56 con Tony Curtis, Burt Lancaster e Gina Lollobrigida. Il primo d'una serie di titoli circensi, cinematografici, poetici, "rubati" da altre opere, persino da preghiere: da I migliori anni della nostra vita ad Amore dopo amore, a La vita è un dono...



Poi il corso della mia città. Estate. Però quel corso era sempre grigio. Grigio come le parole della canzone. La corsa affannosa per trovare un suo disco: non era facile allora. Mi sormontava un condominio. Compatto. Elevato. Elevatissimo. Una cattedrale di sofferenza. Un monumento alla marginalità. Lì dentro, io immaginavo vite, silenzi a mezzofumo, camere di ragazzi, o ragazzi senza camere, in malsana promiscuità; cuscini, parole non dette, verità inconfessabili e inconfessate. Lì non c'era mai voce. A chi interessavano esistenze dozzinali? Vi si consumavano amori, forse amori segreti. Forse malati. Forse, da quelle parti poteva abitare non tanto un marinaio, quanto uno sterratore, muratore, travestita, drogato, un anonimo senza futuro. Era un universo chiuso, casalingo, dalle luci fredde. Se si apriva un pianeta, era dentro una stanza perché solo dal pertugio delle moquette stinte potevano nascere trovate, ribellioni, fantasie...



Poi il mare, l'apertura ariosa degli azzurri sconfinati. In quell'occasione lo vidi per la prima volta. Ma lui era sempre cittadino, sempre grigio. I colori, erano la lotta su quel grigio. Come Pasolini, incarnava "una realtà talmente concretizzabile che, sfogliando le pagine, mi sfregai le dita più volte per togliere la sporcizia". Questo mi avrebbe confidato, molti anni dopo, una giovane amica. Io non mi sfregai le dita, ma la sporcizia c'era. Se l'uomo non può resistere a troppa realtà, quella era davvero insopportabile. Eppure a me piaceva. Perché, malgrado tutto, non si esauriva in quella dura concretezza. Tragico samba. C'era un interno scuro, una "famiglia" con fratello incestuoso, una sorella fin troppo disinvolta, che passava di aborto in aborto. E questa dolente figura di amante che la invitava a non ammazzarsi, perché c'erano tante cose belle in tv. Non era ironico, era un sogno molto meschino, ma ancora uno sprazzo di umanità nel cinismo in cui si soffocava. (Come nell'ultima scena di Salò: quando i due adolescenti repubblichini, dopo aver assistito impassibili alle peggiori stragi, si ritrovano a chiacchierare delle loro semplici passioni: "Hai la ragazza?", "Sì". "Come si chiama?", "Margherita".)


A cantare quest'intruglio, queste (o)scene di famiglia, un incrocio tra Freddie Mercury e Basquiat. Un'altra foto lo ritrae con la calzamaglia e gli stivali, accanto all'uomo con lo striminzito soprabito dimesso, a leggere un giornale, il quotidiano. Quella era l'incarnazione di Mario Mieli che scioperava in fabbrica coi tacchi alti. Era la Romanina dalla squillante ed elegiaca amoralità. Il travaso dall'uomo antico al nuovo, non senza sofferenza e con un cerchio alla testa, reduce da nottate. Che confusione, ma il mondo così com'era non reggeva più.




Un mondo di uomini, comunque. Quasi e totalmente uomini. Non è che prima m'interessassero molto, anzi, li temevo, così rigidi ed esterni e vincenti. Io amavo la cavità profonde e in loro mi pareva non ci fosse nulla da scoprire. Sbagliavo. Gli uomini diventavano viscere, come quelle pareti anonime. Diventavano corpi, erano nudi, spogliati, seducenti e inermi. Erano maschi totali, perché non temevano la loro femminilità. Forse per questo, malgrado quelle note che descrivevano donne negative, o pupe dei boss, io non mi sentivo più ferita, stavo bene, con un'infusione di calma, tepida come infuso, e buona, buona. Stavo fuori del tempio, e vi trovavo Gesù in cattiva compagnia o Jesus of Montreal. Ancora cinema e letteratura.

Poi, ecco, c'era anche uomo e camion. Un'evocazione, dopo aver ascoltato i racconti di E., classe 1951, che mi ospitava a casa sua offrendomi cioccolata bollente: e la musica di Renato sempre in sottofondo, fra tubetti di mascara e giornali, riviste alternative, Fuori, giornaletti. Giornalacci. E. raccontava le sue avventure. Dài, salta su. E il camionista accompagnava lo strano ragazzo e poi, dopo bevute e donne, magari una carezza scivolava anche sul giovane, così con una vena di malinconia e senza attese. E, dopo... le rande perfette dei due profili si stagliavano nel nero dell'abitacolo, soddisfatti e rilassati, e "tutto sommato è bello anche così... Gli uomini so' più generosi". Non c'era da aspettarsi alcuna durata da quegli incontri, eppure quanta passione ci si metteva, quanto grido d'amore, quasi infantile.


In un'altra immagine ancora, sempre vista nei pomeriggi con E., Renato apponeva un bacio rapito e casto sulle labbra d'un giovane amico; la foto suscitò uno scandalo inimmaginabile, eppure era un ritratto elusivo, un fraseggio accennato. Il turbamento non stava nel gesto, ma negli occhi: chiusi, travolti, così puramente passionali. Composto e borghese, il ragazzo ricordava la danza di Carlo Cecchi con un altro compagno, ritratta negli anni Sessanta. E questo non era accettabile. Si poteva tollerare la trasgressione, non il sentimento.

Il resto? Ma il resto, le madri, i figli, le amicizie, i bambini, la fede, erano già racchiusi in quelle storie, in quegli squarci di volti, in quelle note secche come fuoco, in quella sfronzolata e sghemba follia.





Andiamo




Tu forse avrai perso i tuoi voli


I percorsi infernali tra viali


Di perdenti sopra marciapiedi


Mendicante steso immedicato


Dell'amore abbandonato a caso




Tu forse hai perduto te stesso


All'ingresso d'una galleria


Adornata d'oro e troppi allori


La tua casa di pareti morte


Di falsi segreti estratti a sorte


E tutto è perfetto ma noioso


Come un naso che non sa annusare


Gli umili misteri della vita




Ma qui trovi ancora il tuo richiamo


Di straziata bestia in mezzo ai rovi


Dove storie disgraziate vivi


Che l'anima lacerano a sangue



Qui si ringhia, si soffre davvero


Qui si spezza l'ostia del dolore


E una stilla d'affetto è una stella


Che risplende su un falò distrutto



Sulle ombre di ciò che rimane


Prendi tutto adesso, fatti avanti


Se hai tracce del tuo vecchio coraggio


Se non sei ridotto al tuo mestiere




Ecco noi col sapore di vetro


Nel sorriso di chi non ha altro


Bianche candide garze del mondo



Che di vivide mancanze mente


E ci manda nudi sotto il limite


D'esistenze che ci fanno rotti


Scaricati qui come gli sputi



Noi così ridotti t'aspettiamo


Teneri ricatti, tua fortuna


Disperati di speranza insana


A milioni, santi sullo sfondo


Della tela con il tuo ritratto


Se rinneghi noi tu stesso anneghi



Noi ratti dannati stretti in fila


Siamo il tuo destino, dopotutto


Siamo la tua vela. Forza, andiamo






Massimo Del Papa

































giovedì 30 dicembre 2010

Resistere è esistere

Pubblicheremmo il seguente video senza alcun commento. E, in effetti, ne merita pochissimi. Nient'altro, niente altre che lei, lei, lei. Yara. Non è tornata a Natale, ma l'anno si apre vasto, lungo, interminabile, e speriamo che invece rimpicciolisca, per silenziare questa prolungata agonia. Nelle parole del padre, nella composta e devastata mutria della madre, ancor più eloquente, riecheggia esplosivo quel grido di Giobbe da noi evocato qualche giorno fa. E si comprende che quelle domande, quelle pretese diremmo, non sono rivolte ai rapitori, ma molto più in alto. Molto più definitive.


E chissà che non avvenga poi davvero, il miracolo, come suggerivano gli amici d'un Giobbe contemporaneo, quello immortalato nel romanzo di Joseph Roth. Oggi Dio fa miracoli modesti, perché la gente non gli crede più e da lui non si aspetta nulla. Ma, similmente ai compagni della Bibbia, anche il loro consiglio si era poi dimostrato ingannevole. Dio agisce grandemente ancor oggi, vuole gli uomini, ma non dipende da loro.

A Milano, un bimbo cingalese è nato da una donna in coma. Prodigio della scienza, e quindi dell'uomo che ha saputo mettere a frutto il dono divino dell'intelligenza rivelata. Questa nascita è stata triplice dono. Per la donna, che è potuta tornare nel seno del Padre; per il padre naturale, cingalese, che ha subito acconsentito all'espianto degli organi della moglie allo scopo di salvare altre vite umane. Per l'umanità tutta, che non è ancora stanca di sorgere e di confidare nel futuro. A Lucca, un rapinatore e omicida pentito si è consegnato spontaneamente alla polizia. Non rischiava nulla, ma "si sentiva solo". Possedeva il mondo intero, ma avvertiva d'aver perduto la sua anima.

Quella di Yara sarebbe, comunque, una restituzione, una seconda vita. Come il bimbo di Milano, prepotentemente venuto al mondo contro ogni fatalismo. E, per chi la tiene innaturalmente segregata, l'esempio del "samaritano" redento non costituirebbe un riscatto e, anch'esso, una rinascita?

Lo scorso anno abbiamo salutato senza rimpianti un periodo funesto. Ci si è spalancata davanti una voragine sotto certi aspetti peggiore. Non abbiamo compreso, non lo comprenderemo forse mai, che l'esistenza stessa è vittoria. E continueremo ad attendere, come il "passeggiere" che acquistava "almanacchi" nella celebre Operetta morale del Leopardi, un domani necessariamente, per forza migliore, perché fino ad ora... La vita è insoddisfazione? O non piuttosto cammino?

La vita è quella che ci dà la forza di resistere all'orrido, come Yara e i suoi genitori, che vi pencolano sopra. E che potrebbero sprofondarvi fino a svanire. Ma noi vogliamo prepararci, stavolta, vita. Ti sfidiamo. Perché abbiamo solo te. Malgrado te. Buon anno Yara, buon anno e buona resurrezione, sempre, comunque.

mercoledì 29 dicembre 2010

Anche per oggi non si vola (e meno male!)

L'anno si conclude con due splendide notizie dal fronte ambientale. La prima riguarda più direttamente i cittadini del Nord Milano, benché, in verità, abbia anch'essa una portata molto più generale, e carica di significato. Con l'approvazione, a stragrande maggioranza, d'un odg che sancisce la volontà del Consiglio Regionale Lombardo, il 21 dicembre scorso è stato infatti stabilito di escludere come possibile sede d'un eliporto il territorio del Parco Nord.

Questa vittoria è stata resa possibile soprattutto grazie all'impegno degli amici del comitato "No Eliporto", che hanno condotto una lotta sul filo della più limpida ragionevolezza. "In questi mesi - commenta Pietro Ballotta, portavoce del Comitato - abbiamo compiuto un'esperienza di democrazia partecipata, di cittadinanza attiva e consapevole, di straordinaria importanza". Altri progetti? "Sì: a gennaio organizzeremo una grande festa, per ritrovarci ancora assieme e ribadire che la difesa del Parco, delle nostre cittadine, della vita delle persone meritano attenzione e rispetto e che per esse siamo disposti al sacrificio, almeno in parte, del nostro tempo e delle nostre forze". Grazie a Pietro e al Comitato, ma pure ai sindaci e ai semplici cittadini che hanno dimostrato il concreto valore e, perché no, la forza delle azioni condotte insieme, per l'interesse generale.

La seconda, bella sorpresa riguarda la definitiva abolizione, a partire dal 1° gennaio prossimo, dei sacchetti di plastica per la spesa. Fortemente voluta dal ministro Prestigiacomo, questa decisione, che manda in pensione i simboli dello spreco, del consumismo e dell'inquinamento, mi riporta ai racconti di Dino Buzzati e a mia nonna. Chissà se, da qualche parte, abbiamo conservato ancora la vecchia sporta di rafia, dal colore del sole e foderata a fiori, che la mia anziana parente sfoggiava soprattutto al mercato, col suo borsellino verde scuro, dal fermaglio in ottone, con tanti scompartimenti per le banconote, le monete dalle cinque alle cento lire (ma io impazzivo per quelle da venti, così particolari, dal colore ramato simile all'oro), e la fotografia del signor Bonelli, suo antico datore di lavoro.

Da allora sono trascorsi circa quarant'anni. Come eravamo e come forse, con maggior consapevolezza, torniamo. Non sono affatto una nostalgica, ma non sempre il nuovo che avanza è sinonimo di progresso. D'altro lato la natura non è mai uguale a sé stessa.






sabato 25 dicembre 2010

Nella storia

E' qui. Dove siamo passati tutti, in un pertugio caldo e scuro. Un tunnel. Stretto, afoso, sudato. Non esiste aria nella Basilica della Natività a Betlemme, tutto è sprofondato nell'aurea muscosità di fiati umani, sfangati, oltre il quadro di storici trionfi. E' qui. Una nascita come tante, ordinaria, e per questo così incessante e presente. Inutile volerla cancellare, come tentano, ogni anno e ogni giorno, i potenti cui verrà rovesciato il trono [cfr. questo link]. Poi, da vicenda marginale di tutti, è diventata, grazie a San Francesco, gloria di ognuno. Non ancora rivoluzione. Ma la scaturigine di essa, che tutte le volte si rapprende e si manifesta, e si fa anelare. Dall'Oriente all'Italia, Joshua trasmutato in Gesù. Da Assisi alla Campania. Una nascita che santifica il lavoro diuturno, ignorato, di schiene curve, di occhi acuti e incavati dietro arcolai, scarpe, fienili, grucce, campi. Il trionfo di ogni povero, perfino di ogni animale da cortile, che sembra esultare nella sua gioia inarticolata. E mazzi di bacche, e ori, e verdura, in rigogliose e rustiche opulenze. Una luce che irrompe solida come campitura d'olio. Tre secoli fa, in una bottega di Napoli, qualcuno rielaborò la caravaggesca Vocazione di Matteo; ma anticipò anche le taverne manzoniane e i minatori di Van Gogh. Spesse caligini e cinerei afrori, una familiarità buia, dolorosa, torva. Ma non mai abbandonata.

Oppure Natività rococò, monumentali, antiquate, troneggianti fra pendole e credenze, bauli aviti, spettinati fiori. Era il Natale superstizioso e mutilo della dominazione spagnola: in esso ritrovo le pagine di Elsa Morante, la prostituta Santina che bacia la statua del santo prima di concedersi all'ennesimo cliente. Nei presepi di conchiglie, invece, rivediamo Masaniello, la festosità incosciente del lazzaro felice dietro al suo banco al mercato. Anch'egli un pescatore di uomini, stramazzato poi in una chiesa, redentore senza resurrezione. Poi, Napoli si fonde con la Francia. Ecco una composizione in biscuit: la Madonna deliziosa come una damina liberty, pioggia di fiori di Teresa di Lisieux. San Giuseppe austero ma dai tratti soavi, politi e signorili, quasi un magnanimo benefattore in un regale manto violaceo. Ci sono i presepi come ce li immaginiamo: a metà fra l'Oriente delle fiabe e gli spettacoli quotidiani dell'Italia rurale. I presepi montani, gravidi di fascine e odorosi di castagne e foglie umide, paioli e camini. Dappertutto, e sempre e solo, la famiglia, il presepe nel presepe. Abbandonata, festosa e commovente, la famiglia nell'interno giallo, splendente, il presepe del vecchio, del nonno, dell'accoglienza secolare. E torna a riaffacciarsi il disperato desiderio di Van Gogh: "Meglio procreare che fare quadri"; "In ogni uomo sano che segue la natura c'è un'energia germinativa come nel chicco di grano. Quindi la vita secondo natura è germinativa. Ciò che l'energia germinativa è nel chicco di grano, in noi è l'amore". Il cantico che si scioglie nelle braccia allargate nel vecchio si riassume così. E la scelta di piovere nel vaso d'elezione - dapprima l'utero, poi la famiglia - era l'unica attuabile per un Dio che volesse scegliere un tratto compiutamente umano. E non per esclusione, ma per circolarità. Per racchiudere tutto e tutti. Qualsiasi realtà è famiglia, se esistono corpi, vite, relazioni.

Presepi in città. Sotto i simboli dell'arte ufficiale, immensi e spalancati. E fortezze asserragliate. In fondo. Già nel neopaganesimo, come una Cena del Veronese. E' Milano. Che più che Naviglio, diviene laguna. Acqua torpida, cadenzata ogni tanto da remi di pingui chiatte. E' in periferia, e solo lì, che s'irradia una luce. Una luce che non fende il freddo, ma attira a sé. Che invoca movimento. Teocentrica. Che richiede il "sì" dell'uomo.

Presepi che sorgono tra rovine dell'antichità. Rovine d'un mondo decaduto, debosciato, d'inutile biancore. Un presepe che annuncia nuove umanità sommesse dopo un'esplosione nucleare. Quegl'inutili ruderi da day after, ormai inservibili. Se può inanellarsi un Magnificat, esso può udirsi solo nell'umile silenzio e nel ringraziamento.
Presepi, ancora, strani e strambi, diroccati, reinterpretati. Con un'ambientazione all'apparenza tradizionale: la grotta, le pecore, i pastori. Ma fissiamoli meglio: si tratta di composizioni, anch'esse, metropolitane, concepite nel marasma plumbeo di qualche condominio spaventoso. E, infatti, vi domina il grigio sucido dello smog. Sono presepi bovisaschi, da Ferrovie Nord, di quartieri sironiani. Presepi di agglomerati senza Dio. Lui viene anche lì. Stentato come l'erba che contorna noduli di travesine. Giunge piano. La luce è biancognola. Eppure giunge, con lieve mano tesa...

...e torna all'origine, alla linearità bizantina delle icone, al blu d'oasi, ai neomosaici delle odierne chiese, ai sassi, alla gioventù che non teme di riscoprirne la geografica lontananza. Il Cristo universale si riappropria, nella mente dei ragazzi, del Gesù di Betlemme, della Natività calda e scura, conscia d'intraprendere un cammino iniziatico, e mai sazia di sé.


N. B.: Il cardinale arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, ha visitato i rom del Triboniano. Un evento storico, disertato però dalle istituzioni locali, impegnate piuttosto a negare agli "zingari" le case popolari. Esse preferiscono brindare a champagne davanti a bambinelli di gesso.


N. B. - 2: Yara rimane vicina al nostro cuore, ma fisicamente irraggiungibile. Se Natale è tutto l'anno, torna, piccolina.





Tutte le immagini sono state scattate durante la mostra di presepi artistici allestita nei locali delle ex-ghiacciaie (piazzetta Cavour, Bresso), fino al 6 gennaio 2011.





venerdì 24 dicembre 2010

La notte del Natale

Sono diventati familiari a tutti gli occhi miti, domestici di Yara Gambirasio. Quel suo naso ancora da modellare, la pelle lucida, oleosa d'adolescente antica. Si avverte quasi, dalle immagini, l'aroma di talco e compostezza. Una certa malinconica gravezza, quasi un inconscio presentimento. E lo sguardo velato d'inspiegabile e tremula fiducia. Yara, lo sappiamo, è stata inghiottita nel nulla a settecento metri da casa sua. Da quasi un mese.

La ferma dignità della famiglia di fronte allo sciacallaggio dei media - il cui cinismo comunque non si è mai arrestato -, il rispetto quasi sacrale di quella piccola Brembate nelle cui nebbie Yara s'è persa, la compostezza religiosa dei suoi compagni di classe, che scrivono direttamente ai rapitori di rilasciarla almeno a Natale, non alterano il lacerto della domanda di Dostoevskij e, prima di lui, di Giobbe, davanti al dolore innocente.

I fortunatamente pochi razzisti e leghisti che hanno esultato di gioia feroce quando si era, erroneamente, identificato l'aguzzino della piccola con un immigrato marocchino, rivelatosi poi del tutto estraneo alla vicenda, le loro scomposte strida, vengono anch'esse risucchiate in questo cupo mistero. Mistero di vite nascenti, femminili, diverse; vite di bambini, anzi di bambine-criste, sacrificate all'assurdo moloch dell'egoismo.

Lo ripetiamo, lo urliamo, lo imploriamo: restituitela, chiunque voi siate, almeno a Natale. Almeno.

A sud, lontana, in deserte piagge, un'altra Yara è svanita nel silenzio. Una bimba rom della cui sorte pochi si angustiano, così come della piccola Cameyi Mosammet dispersa ormai dalla scorsa estate. Finire in un indecifrabile gorgo, senza quasi aver lasciato traccia su questa terra. Tutte donne, tutte ragazze, stroncate in origine. In parte le cause di questa mancanza sono state da me già individuate. E nulla sembra arrestare questa marea bruna che avanza, spessa e lutulenta...

E da ultimo: giorni fa avevamo sperato di festeggiare un Natale persiano. Quando era riemerso sui giornali, tumefatto, stracco, enfiato, con una vaga aria india, il volto di Sakineh Ashtiani. Ma si trattava dell'ultima, sciagurata beffa sulla scarcerazione... Ci eravamo illusi fosse stata graziata; un'ennesima, cinica bugia per deridere, umiliare, ricattare una donna e, attraverso lei, un intero sistema politico e financo economico. La sua pelle in cambio del nucleare, s'è detto. Incredibile quanto i ringhiosi potenti della terra temano un'insignificante donna.

Bambine e donne immerse in un'aura senza tempo tinta. Non splende per loro alcuna cometa. Ma abbiamo il dovere, l'obbligo di sperare, se non sarà domani, diteci che sarà comunque presto, presto.














mercoledì 22 dicembre 2010

Ciao, vecio!

Naso camuso, sorriso intagliato. Vegetale e roccioso, come tutti i furlan. Ligneo e rupestre, e quel cognome sbalzato da chissà dove. 1927-2010. Enzo Bearzot e la sua pipa. Ai tempi di Luciano Lama e, ovviamente, di Sandro Pertini. E dei calciatori che non avevano compagne, ma mogli. Che nelle dediche ai sostenitori scrivevano sempre, talora con grafia incerta, "sportivamente". Che sorridevano timidi e impacciati ed erano più gambe che volto. E nei muscoli pulsava il cuore. La partita con Pertini, le carte piegate come tegole d'una malga. L'aereo trasformato in una sperduta osteria di provincia, la coppa a fianco, simile a una mezzetta di bianco. Addio vecio, ci mancherai.

Lo storico scopone tra Enzo Bearzot, Sandro Pertini, Franco Causio e Dino Zoff dopo i Mondiali di calcio del 1982.





martedì 21 dicembre 2010

Gasparri, il sogno d'una "cosa"

In fondo, li ringrazio. In questi giorni mi ero scoraggiata. Ingiustizie, clientelismo, subornazioni, abusi propagandati come progresso e strada luminosa per l'avvenire. Non ne potevo più. Poi sono arrivati loro: prima il Ministro dell'Interno Maroni a invocare il Daspo nelle piazze per fronteggiare gli studenti riottosi. Ma, soprattutto, è arrivato lui: l'uomo dei sogni, che forse non si rispecchia esattamente nel protagonista dell'ultimo film di Woody Allen, ma un sogno comunque ce l'ha: l'unico. Da sempre. Ha una sola idea: visto il soggetto, non potrebbe esser diversamente. Ma basta e avanza. Sempre la stessa. Che si concreta così: arresti preventivi verso quegli stessi studenti sospetti di "nientepopòdimenoche" di terrorismo, come i "cattivi maestri" (Scalzone, Negri, Vesce) arrestati il 7 aprile 1978 (era il '79, ma anno più, anno meno, conta la sostanza, no?). Arresti preventivi, in base a sospetto e delazione. Perfetto per uno Stato poliziesco. Uno Stato fascista. Ecco l'idea. Sempre quella. Sempre l'unica, nella mente del Presidente dei Senatori Pdl Gasparri.


A destra: anni '70. Al centro, l'attuale sindaco di Roma Alemanno e Maurizio Gasparri (con gli occhiali scuri), allora nel Fronte della Gioventù, durante un'occupazione squadrista all'Università.

Più che mai condanno i pochi facinorosi (o infiltrati, i dubbi in tal senso sono più che legittimi) i quali con la loro matta bestialità offrono il destro alla destra radicale - perché, poi, questi eufemismi? - oggi al potere per schiacciare la legittima, motivata e pacifica protesta della gran parte degli studenti italiani.

Il sogno di Gasparri e dei suoi accoliti, primo fra tutti il Ministro dell'Attacco La Russa, e dei legaioli è ricorrente, monotono, monolitico, secolare.

La storia ha attestato che quel loro sogno è in realtà un incubo. Un incubo che non vogliamo ripetere. Lo Stato gendarme, lo Stato etico, lo Stato totalitario, non tornerà.
Ignazio La Russa ieri e oggi: durante un comizio nel film di Bellocchio Sbatti il mostro in prima pagina (1972) e infervorato coi ragazzi degli atenei nel corso del programma Annozero di Michele Santoro, lo scorso 16 dicembre.

Ringrazio tutta questa gente, che oggi troviamo sì al potere, ma che, lo comprendo una volta di più, non fiaccherà la nostra resistenza, perché sono scatole vuote, pesanti, grevi, autoritarie, ma prive di autorità. Li ringrazio perché nei loro volti congestionati percepisco un'assenza. Di cultura, di cuore. D'umanità. Che è andata altrove.

E noi non possiamo consentire questo abbrutimento. Noi sogniamo un altro Stato. Uno Stato che non esalti astrattamente "giovinezze" foriere di tristi ricordi, ma ami e renda speranza ai concreti giovani che chiedono a gran voce, e talora con la temerità d'un grido, la restituzione del futuro. Sogniamo uno Stato dove un poliziotto solidarizza con gli studenti , esattamente come auspicava Pasolini tanti anni fa. Perché sia gli uni sia gli altri sono sfruttati.


La lucida e allarmante testimonianza d'un universitario sui recenti episodi di Roma e (sotto)l'analisi di Salvatore Settis sul disagio giovanile.



Sì, ringrazio Gasparri, perché esprime sempre ciò che pensa. Poiché pensa un'unica cosa.

Quella cosa indefinita, terribile, inerte, fissa, bruta. Quella cosa che pensa e sogna chi non ha né sognipensieri.

Ma che basta per farmi capire che sì, lottare serve ancora. Serve sempre.

Domani avrà luogo un'altra manifestazione studentesca, Gasparri ha già suonato la grancassa della paura, intimando le madri a "tenere a casa i propri figli". Dopo gli immigrati e i rom, i nemici adesso sono diventati i giovani. Nervi saldi, ragazzi. Dimostrate responsabilità, rispetto e pacatezza. Isolate e siate pronti a denunciare i provocatori. Avete dimostrato maturità in molti casi, ancor più ne occorre in questi istanti, dove il potere cerca qualsiasi pretesto per asservirvi e ridurvi al silenzio. Non vi avranno. Non ci avrete.



ULTIM'ORA
. La "riforma" è stata ovviamente approvata, con la persuasione della forza, ma gli studenti hanno dato vita a una manifestazione pacifica, responsabile, matura. Si è, insomma, verificato l'esatto opposto di quanto preconizzato (e augurato) dal sempre lungimirante Gasparri. Gli universitari (ma, tra essi, anche diversi studenti liceali) hanno solidarizzato con disoccupati e lavoratori, non dimenticando Mohammed B., l'operaio tunisino trentacinquenne travolto dalle impalcature proprio alla sede della Sapienza. Infine, sono stati ricevuti dal presidente Napolitano. Grazie, ragazzi. (23 dicembre 2010)


sabato 18 dicembre 2010

Bresso... per le feste

Giornate per l'impegno civile. Oggi alle ore 19 e domenica alle 9.30 (pomeriggio, 15.30) si terrà alla piscina di via Luigi Strada il V Memorial "Paolo Foglia", in ricordo dell'eroico concittadino che, nell'agosto del 2002, sacrificò la propria vita per salvare tre persone dalle acque del fiume Ticino.

"Ero nudo e mi avete vestito". Raccolta di generi di prima necessità per le persone detenute nel carcere di San Vittore a Milano. Domenica 19 dicembre, presso la chiesa di San Carlo (p.za De Gasperi, 1) si ritirano indumenti nuovi o usati, purché in buono stato, per uomini e donne: tute da ginnastica, jeans, scarpe da tennis, ciabatte, pigiami, lenzuola, salviette, accappatoi, bagnoschiuma, sapone, shampoo; oggetti per comunicare: francobolli (da euro 0.60/0.65/0.85), buste, carta, penne a sfera, matite; per pregare: Bibbie, Vangeli, e libri religiosi soprattutto in lingua straniera (spagnolo, cinese, francese, inglese, romeno, russo), rosari, immaginette.

Natale... Regali d'Arte. Per donarsi un oggetto realizzato con mani, passione e creatività dalla cooperativa Gio.Co.Re. e dall'associazione Donna Fantasy. Domenica 19 dicembre, dalle ore 10 alle ore 19, alla piazzetta di via Cavour. Si potrà anche degustare vin brulé, accompagnato da dolci tipici, e acquistare la celebre Pigotta dell'Unicef.

Presepi artistici in mostra. Fino al 6 gennaio 2011, artigiani di tutt'Italia presentano le loro interpretazioni. Esposizione ideata da Francesco Cosentino presso i locali BRESSOCULTURA (ex-ghiacciaie) in piazzetta Cavour. Aperto tutti i giorni, fino al 23 dicembre dalle ore 16 alle ore 20; dal 24 dicembre: 10-13 e 15-20. Ingresso 1 euro. Info e prenotazioni 02/614.55.235-6, 02/261.10.199.





venerdì 17 dicembre 2010

A cosa serve lottare

Italia in gelo e in fiamme. Italia che sale e che scende. Protestano operai e terremotati. Protestano i sindacati di polizia contro una politica che accaparra voti facendo leva sulla "sicurezza" mentre taglia fondi e risorse alle forze dell'ordine. Protestano gli studenti e i rettori delle Università contro la "riforma" Gelmini e lo fanno dai tetti, in alto, con rabbia e onestà. Ricevono sostegno e incoraggiamento dai loro colleghi stranieri. Ma poi, in basso, le doverose rimostranze annegano in violenze da teppaglia, degenerano nelle infiltrazioni dei facinorosi, diluviano in foschi scenari da guerriglia urbana. Lascio a Roberto Saviano la lettera e la bella risposta fornita agli studenti dopo lo sfacelo di questi giorni. Io sono stanca.

Crolla Pompei, tracimano i rifiuti. L'una il simbolo della nostra cultura millenaria, mediterranea, irrorata di raffinato sole. Gli altri della fine ilota delle nostre carni rotte, stramazzate in metropoli affamate d'infima terraglia, "ché tanto, con la cultura non si mangia", ebbe a dirci il titolare d'un importante dicastero. E in tutto questo scempio, si cementa, esso sì senza crepe, il mercimonio governo-Vaticano.
Luca Zingaretti recita un monologo sulla cultura scritto da Andrea Camilleri, nel corso d'una puntata del fortunato programma Vieni via con me (Raitre). Sotto: Milano, Scala. Daniel Barenboim legge l'art. 9 della Costituzione italiana prima di dirigere La Valchiria di Wagner (8 dicembre 2010).

Tempi bui. Tempi premoderni. Tempi attuali.

Tempi lassi, di sciatteria e di degrado, di disordine, di muffa. Tempi di furberie, di mascalzonate sonore ed esibite, tempo di superbia e di pingue ferocia. Tempi senza idee, dove anche chi dovrebbe opporsi, e resistere, non riesce a uscire dal suo alveo di autoaggressività, irresoluta e sciocca, gretta ed egoista, tignosa e rancida.

Voglia di gettare la spugna, di ritirarsi in qualche eremo a meditare, di tacere, di respirare un'aria pulita. Lontano da qui, e non importa se è illusione.

Perdonami, lettore, ma altro non vuol venirmi in mente.

domenica 5 dicembre 2010

Noi siamo un mondo

Daniela, Giovanna, Simonetta. A Milano, con un'amica torinese e un'altra siciliana, nell'immediatezza delle due feste più meneghine della nostra tradizione: gli Oh bej oh bej e Sant'Ambrogio. Sullo sfondo di una bancarella multicolore, ovviamente meridionale. In mezzo a luminarie fredde, incauti barbagli che non cancellano il bigio, ma è festa anche così, quando si sta bene insieme, e si ricerca incessantemente questo bene.

Milano è destinata al cosmopolitismo e alla mescolanza, o, chissà, assorbe tutto, indifferente. Ma noi ci fermiamo. Per un sorriso, uno scherzo, una risata.
Milano è una donna priva di fronzoli, snella e dinamica, sfuggente come in Sliding Doors. Alla cui praticità nessuno bada, ma senza di essa un mondo intero resterebbe immoto, senza un perché.

Ma Milano sta da tempo annegando nell'impersonalità. La sua Europa viene dai fontanili, dai prestini, dal pane bianco. Dalla solidarietà "cuore in mano". Che non va più di moda: l'abolizione del cinque per mille lo dimostra tristemente. Oggi, di tutto quanto, non restano nemmeno le macerie. Oggi la più grande preoccupazione di chi la dirige sembrano essere le insegne multilingue, considerate intollerabili. Oggi, dell'autentica fraternità ambrosiana perdura solo la parola del nostro Arcivescovo, l'unico che abbia denunciato l'invereconda esibizione d'una gioielleria in piazza Duomo e continui a tendere una mano alle famiglie in crisi [il Fondo Famiglia-Lavoro verrà prolungato a tutto il 2011 e allo stesso scopo è stata indetta un'asta on-line di libri e icone preziose, n.d.A.].

Questa nostra fotografia testimonia un'amicizia, quindi un'apertura. Vogliamo continuare a credere nel domani, nella relazione, nell'apertura, nel calore, nei nostri visi diversi e semplici. In ogni città, un'unione di cuori.

venerdì 3 dicembre 2010

Peso


Questo è Michael e io lo trovo bellissimo.

Non è retorica. Lo trovo bellissimo, angosciante, difficile, insopportabilmente umano.

Suo padre ha chiesto di condividere la sua immagine oggi, nella Giornata internazionale della Disabilità. Lo faccio molto volentieri [per info e aiuti, qui].

Michael è umano perché greve, imprevisto, imprevedibile, diverso. Sì, diverso da tutte le nostre normalità in serie, amorfe o, al contrario, proteiformi: ma sempre dello stesso vuoto. Lui resta là, nella rozza fatica d'un rantolo, per conquistarsi il diritto di svelare quel pezzo di muro, quel soffitto inesplorato di cucina, per stupirsi.

Michael ricorda quanto siamo indifesi, quanto lo diventeremo, quanto lo siamo già nell'anima.

E per questo lo ringraziamo.

giovedì 2 dicembre 2010

Laguna bressese


Un getto vivace, cristallino, giocoso, che gelo!

Trasparente, giovane. E' uno scherzo di Palazzeschi, meno cinico. Ma non la sua malata fontana.

Qualche cascinale, sullo sfondo. Un dettaglio d'archeologia industriale. La campagna ha lasciato spazio alle fabbriche. Anni '5o rappresi.

Poi un ponticello s'innerva in quella fantasia lacustre. E dà corpo a sogni di libri fiabeschi, quelli che un tempo si aprivano, ricolmi di meraviglie. Si passeggia. Ci si accomoda. Ci si abbraccia. Si parte per un viaggio.

Basta socchiudere gli occhi, o concentrarli su quel paesaggio sorprendente, nato da una piccola gioia, e il mondo è tutto qua.



mercoledì 1 dicembre 2010

Aids, vietato arrendersi

Forse è ancora presto (?) per parlare di vaccino, ma Barbara Ensoli, che da anni studia una cura efficace per sconfiggere l'Aids, è una donna tenace. Una donna fuori degli standard imperanti, perché è bella, aperta, intelligente. In un momento in cui la ricerca italiana viene umiliata in tutti i modi, chissà se uscirà proprio da noi la formula in grado di vincere una delle più tremende e assurde malattie mai comparse sulla faccia della Terra.

Per una notizia buona, un'altra decisamente pessima. L'Unità Operativa Malattie Sessualmente Trasmissibili di Sesto San Giovanni (Milano) chiude. Una struttura sanitaria pubblica di eccellenza - proclamano operatori e utenti del servizio -, dotata di un'équipe interdisciplinare che si occupa della prevenzione e della cura delle malattie infettive. HIV, principalmente, ma anche epatiti, sifilide, gonorrea spesso in sinergia con altri servizi (Igiene Pubblica, Servizi della Dipendenza, ecc.). Una struttura che offre un servizio qualificato e gratuito, facilitando l'accesso e garantendo l'anonimato per una fruizione complessa e fragile come quella affetta da patologie HIV/AIDS correlate. Ma, cosa ancora più importante, distribuisce, sempre gratuitamente, farmaci per il trattamento dell'infezione da HIV.

Un altro, gravissimo colpo alla sanità pubblica e locale, all'idea stessa di medicina come servizio. Non abbiamo molto tempo per scongiurare il peggio: la raccolta di firme (cfr. il link qui) proseguirà per tutto il mese di dicembre. Poi sarà troppo tardi. Speriamo, per una volta almeno, di no.