domenica 30 gennaio 2011

Ma gli arabi meritano di più

Quando, ormai oltre vent'anni fa, decisi di laurearmi in Storia del giornalismo con una tesi su "Le Monde" e la guerra d'Algeria e, successivamente, cominciai a studiare arabo (studi purtroppo interrotti per motivi indipendenti dalla mia volontà), a molti parve bizzarria, eccentricità, frutto d'una mente stramba o almeno originale - e, dalla sfumatura della voce, si capiva che non si trattava esattamente d'un complimento -. Taluni insinuarono che lo facevo perché, in quel periodo, ero innamorata d'un siriano.

Nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Mentre preparavo la tesi, mi ero già imbattuta in simili "analisi". Nel commentare l'elevato numero di donne francesi che appoggiavano le rivendicazioni algerine, gli osservatori (maschi) dell'epoca annotavano infatti che gli insorti arabi erano spesso giovani, belli, mediterranei: logico e prevedibile, pertanto, che l'animo femminile, di per sé irrazionale, romantico e suggestionabile, si lasciasse irretire da occhi profondi e antichi e sposasse senza indugio - con "foga" - la loro causa. Che le donne fossero capaci di analisi politiche puntuali e ponderate non era preso nemmeno in considerazione. La donna agisce solo per amore - inteso, naturalmente, nel significato più deteriore di passione cieca.
Era la Francia di cinquant'anni fa. L'Italia lo pensa tuttora. Di me qualcuno, all'epoca della tesi, lo credette. In verità, avevo cominciato ad avvicinarmi al mondo arabo-islamico durante la prima adolescenza, dopo averlo scoperto sui libri scolastici; in particolare volevo comprendere meglio la religione musulmana, di cui si sapeva poco (ma adesso, se possibile, ancor meno, e con un'ignoranza proterva e altezzosa, spesso inficiata dal pregiudizio). Ma quand'anche fosse stato l'amore-passione a rafforzare quel mio embrionale interesse, ebbene, non vedevo perché vergognarmene. Consideravo positivo un approccio alla questione non freddamente libresco, astratto e "impersonale". Non mi sarei mai abituata a ragionare al maschile: dividendo cioè nettamente la sfera delle emozioni, ritenuta indegna, da quella razionale e spirituale, nobile, elevata, assoluta. Si trattava, alla fine, del consueto dualismo anima-corpo, di derivazione platonica, estraneo sia all'ebraismo, sia al cristianesimo (originario), sia allo stesso
Islam. E alla donna, naturalmente. Ho sempre rifiutato questa separazione, che ritenevo innaturale.

A fianco e in alto: aspetti dell'insurrezione in Tunisia. Sotto: video dedicato alla resistenza femminile.

Seguitai a occuparmi di questi argomenti ben dopo la storia d'amore col ragazzo siriano. Avevo infatti intuito che con la sponda Sud del Mediterraneo, a noi così vicina, e in alcuni casi, come la Tunisia, vicinissima, ci saremmo dovuti confrontare ben presto, anche se nessuno poteva prevedere le molteplici, e non di rado tragiche, modalità in cui sarebbe avvenuto questo confronto-scontro. Non di civiltà, come avrebbero affermato in seguito gli Huntington e i loro stanchi epigoni nostrani, Oriana Fallaci e il non rimpianto Marcello Pera; bensì di persone, che sono molto più complesse - e, nel contempo, affascinanti.

Quel momento pare esser giunto. Ben più significativamente dell'11 settembre. Rivoluzione, indipendentemente da come procederanno gli eventi in Tunisia, Algeria, Yemen e soprattutto Egitto, lo è comunque già. Una tempesta, un terremoto, ecco: mentale, culturale, e quindi, per sua natura, sempre inatteso, perché l'essere umano è imprevedibile e ignoto anche a sé medesimo e ai suoi stessi progetti.
I paesi sopra menzionati hanno sono molto diversi tra loro: geograficamente, storicamente, socialmente. Ma l'immaginario comune ha cristallizzato il punto di non-ritorno, una sorta di anno zero, in Mohammed Bouaziz, il tunisino laureato e disoccupato che, per sopravvivere, si era ridotto a fare il venditore ambulante. Abusivo, ça va sans dire. Mohammed, il giovane dottor Mohammed dai sogni cosmopoliti, dopo l'ennesimo sopruso non ha più retto. La polizia gli aveva sequestrato il carretto con tutta la sua mercanzia. Fuorilegge per l'iniquità delle leggi, Mohammed ne sperimentava ora l'assurdo rigore. In lui si è creato un corto circuito. "Mamma, scusami, non ne posso più", ha scritto nella sua ultima lettera. Poi si è dato fuoco.

Mohammed ha trasformato il suo corpo in miccia - letteralmente - e ha scatenato una fiumana inarrestabile, nel corso della quale Ben Ali, il padre-padrone della Tunisia, è fuggito con la famiglia e con l'argenteria, lasciando agli scherani il compito di reprimere il suo popolo di straccioni.

Altri, numerosi, imprecisati, nelle varie e popolose città d'Africa e d'Asia, si sono immolati come Mohammed. Una cosa sembrano avere in comune: la gioventù. E questo immenso rogo di giovani vite, in luoghi dove l'età media viene stimata intorno ai venticinque anni, attesta atrocemente che non siamo in presenza d'una semplice rivolta del pane, com'è stata descritta in modo frettoloso da alcuni osservatori occidentali. Se è vero che ogni sommossa nasce da bisogni elementari e concreti, da esasperazioni tignose, da ingiustizie secolari, è altrettanto vero che, per trasformarsi in rivoluzione, serve molto altro. Serve consapevolezza, serve cultura. Serve, in particolare, il sogno di una cosa.

Attualmente, è il dramma. Ma è anche, come abbiamo detto, già rivoluzione. Per quanto se ne sa - e nemmeno molto dai canali d'informazione ufficiali, quanto dai bloggers e dai social network, vere "anime" del movimento sia in Tunisia sia in Egitto: non a caso, in quest'ultimo, il regime ha bloccato l'accesso a Internet - le parole d'ordine che maggiormente si odono nei cortei sono "democrazia, giustizia, libertà". Pochi slogan islamisti, e (ancora) isolati. Il tentativo di provocare una reazione integralista si è già verificato, a Capodanno, col tragico assalto ai cristiani copti; ma il resto della popolazione non si è lasciata irretire dalla furia cieca dei fanatici. E i manifestanti attuali? "Non siamo di sinistra e nemmeno Fratelli musulmani: siamo soltanto giovani in cerca di libertà", scandisce uno di loro, mentre il premio Nobel per la Pace El Baradei (a lato) rilancia: non si tratta di sommosse di stampo qaidista: "Serve una nuova costituzione. Il popolo ha diritto a chiedre il cambiamento in modo pacifico. Un cambiamento che verrà dall'interno, non dall'estero". E Khaled al-Khamissi, tra i più importanti scrittori egiziani contemporanei: "Mubarak è stato il simbolo della corruzione, ha tradito i sogni dei giovani egiziani. La sua storia personale è già finita. Il sistema, purtroppo, continuerà ancora per un po'". Un po'. Fino a quando...

Fino a quando il "sogno" più volte evocato diventerà finalmente realtà, ma realtà, a sua volta, fluida. Perché chi ha promesso la completa realizzazione dei sogni in terra, ha poi schiacciato gli occhi che permettevano agli stessi di fiorire. La democrazia consiste proprio in questa fluidità, in questo senso d'imperfezione che, però, sprona a migliorarsi. L'associazione umanista Mondo Senza Guerre e Senza Violenza, giorni fa, ha diramato un comunicato stampa nel quale, pur esprimendo fiducia nella società civile e salutando "con grande entusiasmo" la protesta, nella società civile, non ha nascosto la sua preoccupazione "per la cieca violenza repressiva scatenata dalle autorità e anche dalla possibilità che la rabbia dei manifestanti contribuisca una spirale di violenza inarrestabile, a danno del successo della protesta". Il comunicato così conclude: "Chiediamo ai governi di questi paesi di dimettersi, di ripristinare la libertà d'espressione e di manifestazione e di lasciare spazio a una transizione nonviolenta che porti a una nuova tappa di libertà per uomini, donne, anziani e giovani".

Poche righe, ma dense e importanti. Non è il caso d'abbandonarsi a facili entusiasmi, né di coltivare utopie sincretiste da salotto radical-chic, come accadde per esempio trent'anni fa, quando numerosi intellettuali progressisti, anche illustri (uno fra tutti, Michel Foucault) salutarono con fervore l'avvento della "rivoluzione" khomeinista in Iran, che fu in realtà una reazione clericale e violenta a un regime putrescente e corrotto, e rappresentò un rigetto di segno puramente negativo a una situazione intollerabile. Anche oggi, ignorando disinvoltamente le secolari inimicizie tra sciiti e sunniti, tra arabi e non arabi - che portarono, non dimentichiamolo, a due sanguinose guerre durate una decina d'anni -, Ahmadinejad dà un'interpretazione del tutto strumentale alle recenti sommosse: di stampo "indubitabilmente islamico", secondo lui. Poco importa se il regime iraniano è liberticida per antonomasia e le sue prime vittime sono proprio i giovani, che costituiscono il 90% della popolazione. Lo scorso Natale sono stati impiccati, nel totale silenzio delle autorità internazionali, sette studenti, e da inizio mese il boia ha messo a punto 66 esecuzioni, decimando quella che in Europa venne chiamata l'"Onda verde" e che ebbe in una donna ventiseienne, Neda Agha Soltan, il suo simbolo più popolare. L'ultima condanna è stata eseguita ieri, a carico di un'altra donna, Zahra Bahrami, accusata di spaccio di droga ma, soprattutto, colpevole d'aver manifestato contro il regime. E una donna ancora, l'avvocata Nasrin Sotoudeh (a sinistra), collega di Shirin Ebadi, è stata condannata a undici anni di reclusione per la sua attività in favore dei diritti umani. "Hanno voluto punirla - ha dichiarato la Ebadi - perché lavorava con me".

Tunisia, Egitto e altri sono paesi assai diversi dall'Iran. E gli arabi meritano davvero molto di più dell'aut-aut tra fondamentalismo e depravate satrapie. In questi giorni, con buona pace di Ahmadinejad e di Al Qaida, slogan anti-occidentali se ne sono uditi davvero pochi, e anzi, il grido che ha maggiormente risuonato nelle piazze è stato scandito in lingua francese: "Mubarak dégage", Mubarak vattene, esattamente come in Tunisia si è urlato: "Ben Ali dégage". "E' sicuramente simbolico che gli slogan degli insorti siano stati pronunciati nella lingua della rivoluzione francese", constata l'islamologo francese Gilles Kepel, forse con eccessiva enfasi, ma non certo in modo peregrino. Il fondamentalismo, prosegue Kepel, non è segno di potenza né di rinnovamento, ma di declino: "Queste società, invece, hanno dimostrato di voler rientrare a far parte della Storia universale, da cui sono state scansate dal dittatore di turno o dal jihad".

Occorre superare, come già prediceva lo studioso libanese (cristiano) Edward Said in un fondamentale saggio, l'orientalismo da una parte, l'occidentalismo dall'altra. E' troppo presto per intravedere una rinascita, ma è sicuro che un mondo, e un paesaggio mentale, sono morti per sempre. Abbiamo visto tante donne sfidare la tirannide, ma sappiamo che, in caso di derive integraliste, le prime vittime saranno loro: per questo, molto saggiamente, il comunicato di Mondo Senza Guerre le ha esplicitamente menzionate come destinatarie di pace, progresso e libertà. Le apprensioni di Israele sono più che giustificate: l'Egitto di Mubarak era in verità l'Egitto di Sadat, che pagò con la vita il riconoscimento all'esistenza dello Stato ebraico. Il timore del fondamentalismo non va accantonato, ma perché non leggere, nelle parole di El Baradei, in quel cambiamento che verrà dall'interno, suggestioni inedite? Davvero democrazia, libertà, diritti umani, rispetto delle minoranze possono declinarsi soltanto all'interno d'un vocabolario occidentale?

Egitto, momenti di fraternizzazione in mezzo agli scontri. In basso: manifestanti dànno vita a una forma di resistenza nonviolenta di fronte all'esercito armato fino ai denti (foto di Wissam Samhat).

Di più: il mondo arabo è variegato al suo interno, esattamente come tutti gli altri popoli. I Nordafricani sono cabili e berberi semitizzati; gli egiziani di stirpe camitica, anch'essa semitizzata; l'Islam li accomuna, ma non tutti; e non tutti allo stesso modo. Esistono poi i credenti di altre fedi che, pur minoritari, non sono meno arabi dei primi. "L'Islam è una religione come un'altra. Più laica, anzi, di tante altre. Ciò che lo danneggia sono certe istituzioni", ha sottolineato, una volta, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun. Questa laicità, questa orizzontalità di cui abbiamo parlato diverse volte a proposito di Islam, una fede senza preti, una fede del quotidiano, reca sicuramente in sé le potenzialità per un progresso morale, sociale, culturale dei popoli. Non si comprende perché abbandonarla a distorsioni fondamentaliste, o preoccuparsi soltanto di come limitarla, pervasi da una sindrome da cittadella assediata. Quell'uomo che, secondo il Corano, è debole, volubile, costituito di fango nero e di sangue (Cor. LXX, 19) è però anche nobile, perché Dio gli ha infuso il suo spirito. Per i doni di Dio - intelligenza, volontà e parola - l'uomo, secondo la bella traduzione di Federico Pejrone, è teofania delle qualità divine, e deve divenirne suo testimone attraverso lo studio, perché la sapienza avvicina a Dio. L'interiorità islamica, la sua spiritualità che vede nella vita diuturna il segno del sacro, contiene dunque quel momento umanista già individuato dall'accademico russo Artur Sagadeev (e ripreso da Silo, fondatore del Movimento umanista) nella sua conferenza L'umanesimo nel pensiero musulmano classico, tenutasi a Mosca nel lontano 1993: l'interesse per l'uomo dei pensatori del periodo d'oro, cittadino e aperto a nuovi stimoli scientifici, culturali, letterari si concentrava nella massima "l'uomo è il problema dell'uomo"; ma, al tempo stesso, il genere umano è unico e frastagliato. Musulmani, ebrei, cristiani, non credenti collaborarono già in passato, perché non potrebbe accadere ancora? E' possibile individuare, secondo Silo, atteggiamenti umanisti in aree geografiche molto distanti tra loro, in certi periodi precisi e particolari per ciascuna cultura: "Se nel momento attuale i gruppi etnici e religiosi si ripiegano su sé stessi alla ricerca d'una forte identità, significa che sta crescendo una sorta di sciovinismo culturale o regionale che minaccia di innescare uno scontro con altre etnie, culture o religioni. Ma la persona che legittimamente ama il proprio popolo e la propria cultura deve poter comprendere che in sé stessa e nelle proprie radici è esistito o esiste un 'momento umanista' che la rende universale per definizione e simile all'altra che ha di fronte. Si tratta di differenze che non potranno esser spazzate via da nessuno. Si tratta di differenze che non costituiscono né una remora né un difetto né un fattore di ritardo ma che, al contrario, sono la ricchezza stessa dell'umanità. Il problema non sta nelle differenze bensì nel come portarle a convergere ed è ai 'momenti umanisti' che mi riferisco quando parlo dei punti di convergenza" (grassetti nostri).

Riusciremo a raggiungere, dopo tanta sofferenza e sangue, quei punti di convergenza? Basterebbe percepirne l'esistenza. E questa ci pare l'unica alternativa a un sentiero altrimenti cosparso di altre tragedie, di altre carneficine.