
Quanta strada abbiamo fatto, da quell'8 marzo 1908 giustamente definito, da un noto quotidiano nazionale, "l'ultimo rogo delle donne" e che Rosa Luxemburg stabilì come la ricorrenza forse più significativa del '900 (e degli anni a venire). L'ultimo rogo, come molti ormai sanno, avvenne in una fabbrica tessile dove perirono 129 operaie. Esse chiedevano "semplicemente" di migliorare le proprie condizioni lavorative; chiedevano, insomma, tutto. Troppo.Taluni considerano fantasiosa questa ricostruzione, e fanno risalire la "vera" giornata delle donne alla manifestazione femminile russa dell'8 marzo 1917 (23 febbraio per il calendario giuliano allora in vigore) contro la guerra. Ma noi troviamo egualmente suggestive le origini comunemente accettate. Quel giorno in quella fabbrica, infatti, ricongiunse un passato remoto e sepolcrale al capitalismo dinamico dei giorni nostri. Entrambi accomunati dallo sfruttamento delle donne e, quindi, dell'umanità intera. L'antica pira delle streghe voleva stroncare sul nascere le insubordinate d'ogni tempo. E d'ogni latitudine, perché la maggior parte di quelle operaie erano immigrate; italiane comprese, pur se oggi abbiamo rimosso quel nostro passato di fame, sofferenza e vergogna. Sorgono spontanei, dunque, due parallelismi: il primo, col risveglio femminile in atto nei paesi africani e asiatici; il secondo, con la drammatica situazione in cui attualmente versa la classe lavoratrice. Donne, immigrate, operaie: in altri termini, l'8 marzo non è un'invenzione di strambe radical-chic dallo stomaco sazio, come millantano impudicamente certi/e fanfaroni/e della destra chiassona, ma una ricorrenza di popolo, oserei dire di classe; ne era cosciente lo stesso Carlo Marx, secondo cui non si sarebbe verificato alcun successo duraturo e completo del proletariato senza un miglioramento sociale e politico della condizione femminile.
Trailer di We want sex, il fortunato film inglese della scorsa stagione che ripropone, con impegno e ironia, le lotte femminili del 1968 per la parità salariale.Per questo oggi, in tutte le piazze d'Italia, "daremo i numeri". "Non si tratta solo di rivendicare libertà e dignità - scrivono le promotrici di Se non ora, quando? e artefici delle manifestazioni odierne, cui parteciperanno anche gli umanisti - ma soprattutto di affermare l'intelligenza e il sapere delle donne come essenziali per la democrazia e lo sviluppo del nostro paese".
A destra: uno dei tanti momenti di Donne in blue jeans, festa umanista organizzata a Milano il 5 marzo scorso.
A Milano l'appuntamento è per le ore 18 in piazza Mercanti, dove, con striscioni e cartelli, spiegheremo che le donne sono il 60% dei laureati, ma solo il 46% di chi lavora. Il 42% dei magistrati, il 32% dei medici, il 39% degli avvocati, il 30% degli imprenditori ma guadagnano il 9% in meno degli uomini a parità di lavoro. Che lavorano più degli uomini tra professione e lavoro di cura, ma i loro contratti sono a part-time e a tempo determinato più di quelli degli uomini. Che, in Italia, la spesa per le politiche sociali e familiari rappresenta l'1.3% del PIL, meno della metà della media europea, mentre le donne svolgono il 77% del lavoro domestico; che solo il 20% delle donne è presente in Parlamento (tra le ultime in Europa); e molto altro ancora [per info e adesioni: milano13febbraio@gmail.com].
Ritratti di donne illustri del Risorgimento e della Resistenza presso i locali dell'ex ghiacciaia, a Bresso (Milano), nel corso della mostra Le emozioni delle donne allestita dall'associazione Gio.Co.Re.
Insomma, non è da tutti essere donna, come ha esclamato Irina, cittadina europea immigrata in Italia; ma è, pure, un'"indicibile fortuna", le fa eco Luisa Muraro, che ha mutuato proprio da Irina il titolo del suo nuovo saggio, integrandolo. L'esclusione dalla storia istituzionale ha rafforzato il nostro coraggio, cementato la nostra diversità e confermato la fascinazione per la bellezza, la diversità, la reciprocità: le donne non hanno timore del futuro, non vedono nell'altro un nemico, perché non si considerano l'incontestabile Assoluto. E' giunta l'ora, quindi, di entrare, a pieno titolo e definitivamente, in quella Storia; di plasmarla e di reinventarla, secondo i canoni precisi d'una smisurata, razionale fantasia.
L'ultimo singolo di Carmen Consoli denuncia sarcasticamente la nuova mercificazione della donna italiana.