lunedì 25 aprile 2011

La Resistenza, la croce, il potere


Ho notato che, molto spesso, Emma Marcegaglia indossa sul décolleté un enorme crocione d'argento. Una croce spianata, ossessiva, chiassosa. Oserei dire, sbraitata. Con qualcosa d'importuno e di negletto, che la rende così assurdamente lontana dalla croce autentica. Il crocione della Marcegaglia non è simbolo d'umiltà, né della santa infamia del martire. E', al contrario, simbolo di potenza. Rassomiglia a quella dei Crociati. Dei colonizzatori bianchi. Dei congressi eucaristici di Francisco Franco (cfr. don Milani), del trono e dell'altare. E' la croce usata come clava contro i poveri cristi.

Orbene. La chiassosamente cattolica (non cristiana) Marcegaglia ha stretto un'alleanza, non si sa quanto santa, con l'attuale governo - col quale, invero, i rapporti sono o
ttimi non da oggi - per bloccare i quattro referendum previsti per il 12 giugno prossimo. I fatti sono noti: dopo il dietrofront sul nucleare, di cui la destra berlusconiana era convinta promotrice fino a pochi giorni fa (e lo è ancora: l'apparente moratoria è dettata da mera convenienza), ora si sta tentando di bloccare i quesiti sull'acqua; e sempre per gli stessi motivi - non certo per il bene pubblico, che resta del tutto escluso dalle preoccupazioni d'una maggioranza e di un'industria totalmente calate nella logica del profitto.

Pare che Marcegaglia e le multinazionali dell'acqua non vogliano assolutamente rinunciare alla privatizzazione idrica e la sospensione architettata da un potere che si appella al popolo soltanto quando è convinto di ottenere facili plebisciti serva a prender tempo, per poter in seguito procedere con le summenzionate privatizzazioni.

Ciò che preoccupa grandemente il nostro "premier", del resto, è altro: egli teme il quarto quesito referendario, riguardante il legittimo impedimento (seguito, a Milano, da una brigantesca campagna contro i "magistrati brigatisti"). Nemmeno questa una novità, mi obietterete; lo dite voi; voi blogger, intendo. La stragrande maggioranza dei cittadini, in verità, di tutto quanto sa poco o nulla. I mass-media, televisioni in primis, brillano per il loro assoluto mutismo, anzi, per una campagna mediatica pilotata e servile. Veri e propri organi di disinformazione di massa.

Il Cavaliere torna a denigrare la scuola pubblica (e, ovviamente, chi ci lavora) esaltando in pari tempo le virtù dell'insegnamento confessionale, portatore di "sani" valori. Un oscuro deputato del Pdl propone la modifica dell'art. 1 della Costituzione. Un altro, oscuro come il primo, di abrogare la norma che vieta la ricostituzione del Partito fascista. Col terzo, il cerchio finalmente si chiude e le intenzioni si palesano: brinda a Hitler e lo inneggia apertamente, dalle pagine di Facebook e non solo. Schegge impazzite? Per nulla: pedine di un'attenta strategia, spinte in avanti, ora inattuabili (ma un domani, che non appare poi così lontano, chissà). Ballons d'essai in un Paese ormai mitridatizzato (M. Cacciari), pronto ad assorbire tutto, senza nemmeno rendersene conto. "Blandamente i tempi di Hitler ritornano", previde Pasolini; ma sbagliò l'avverbio. Tutto sta cadendo a pezzi come un vecchio presepe, si sbriciola sotto i nostri occhi indolenti quel che resta d'un Paese civile e democratico.

Gli esempi sopra riportati potrebbero sembrare molto diversi tra loro. In realtà, i tratti che li acomunano sono molti: il patto di ferro tra potere economico, politico ed ecclesiastico; l'asservimento dell'opinione pubblica; l'emarginazione di chi non si adegua, di volta in volta irriso, infangato, demonizzato.

Questo governo, questi industriali si dicono cristiani. Sghignazzano: oggi non è il 25 aprile. Oggi è Pasquetta. Noi la onoriamo. Voialtri, che ancora blaterate di antifascismo e resistenza, e magari di laicità (la Chiesa fu una potente alleata di Mussolini), siete gli "altri". I diversi. I relapsi. Le streghe. Lo diranno anche il Primo maggio, giornata dei lavoratori depredata dal Vaticano per la beatificazione di Wojtyla. Quei profani, quei senzadio che oseranno protestare, dimostreranno così la loro perfidia. Noi, i giusti e meritevoli, preghiamo. Amen.

Rieccola, dunque, la croce-clava, orma di passione pervertita in strumento d'offesa. Scriveva Elsa Morante ne La storia: "Per lei [la sventurata protagonista del romanzo, n.d.A.] quella [croce] era solo il simbolo della potenza e della forza". E il già ricordato don Milani, molti anni prima: "Essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio".

A questo siamo ridotti: a essere odiati dai "poveri" di qualsiasi segno e latitudine. Siamo divenuti, come afferma Francesco Merlo su "Repubblica", un Paese d'energumeni, che fornica col capitale e il denaro, che sfoggia crocioni d'oro ma non è mosso da minima compassione per un gruppo di rom sgomberati dal campo proprio alle porte del Vaticano, nel giorno della Santa Pasqua. Un Paese dove si aggrediscono verbalmente le lesbiche ben consapevoli che il gesto meriterà l'approvazione, se non il plauso, di alte cariche istituzionali di là da formali scuse e anche, e soprattutto, della "pancia" della popolazione, di quella moltitudine di gente perbene, di piccolo-borghesi ringhiosi, di computeristi della tigna, che ora si sentono legittimati a manifestare il loro rancore sordo, pervicace, metallico. Cembali che tintinnano.

Il 25 aprile ammonisce su ciò che avremmo potuto diventare, e non siamo stati. Che non si trasformi in doloroso rimpianto.

Nel commemorarlo esprimiamo la nostra vicinanza ai popoli arabi che stanno lottando per la democrazia: in Tunisia, Egitto, Yemen, Libia e, oggi, anche in Siria.