giovedì 21 aprile 2011

Il Re muto

Quand'ero bambina, e ascoltavo il racconto biblico della Pasqua ebraica (quest'anno festeggiata poco prima di quella cristiana, il 19 aprile), ricordo che i miei occhi si riempivano d'emozione. Tifavo per i "nostri eroi": il popolo d'Israele perseguitato in Egitto che, presto, sarebbe stato riscattato dalla mano potente del suo Signore. C'era quel particolare degli agnelli sgozzati, arrostiti (e maschi); il sangue sugli intonachi delle case. Allora, però, ne avvertivo un fremito forse inconscio (lo stesso che mi avrebbe portata, molti anni dopo, a rinunciare a cibarmene); l'attenzione era tutta rivolta verso quei poveri che avrebbero ottenuto giustizia. Dio era un Re. Un Re giusto, buono, umano. Molto umano, quindi anche vendicativo.



A lato: l'interno della sinagoga di Trieste, sede di una delle più importanti comunità israelitiche in Italia.


Questo Re, lo vedevo avvolto nella nube. Aveva vaghi ma classici connotati: anziano, con la lunga barba fluente. Lo stesso che poi reincontravo nella cappellina barocca del collegio dove studiavo: in mezzo all'altare riccamente adornato trionfava un Cristo sanguinante, morto; ma con le dita spalancate a "V", nel segno della vittoria. Era un'estasi, già lo presentivo in seguito, trionfante sull'arcobaleno.


Il Re e l'uomo di Nazareth erano consustanziali e intercambiabili. Invincibili, certo, ma accompagnati da un lungo strascico di dolore, entrambi. Il Re aveva scelto un popolo disprezzato, il Nazareno ne faceva addirittura parte ed era segnato da una storia atroce.

Oggi certa teologia cattolica tende a rimarcare le differenze, un tempo persino le contrapposizioni, tra quell'antico Re e l'emblema misericordioso di Gesù. Ma ai miei occhi, in virtù di quanto esposto poc'anzi, non poteva essere così.


Mi sono sempre sentita più gesuana che cristiana. Senza, peraltro, che una cosa escludesse l'altra. L'umanità di Gesù era quella di un uomo ebreo vissuto duemila anni fa. Compenetrato della sua cultura e così riccamente variegato e culturale da trascenderne. Il Gesù della cappellina barocca appariva come un martoriato e il volto trasudava espressività. Ma i muscoli erano tesi, forti, il corpo ancor vigoroso, giovane. Lo sguardo chiuso, il volto bello e gravato da una corona di spine che risultava pesante, pregna di tutto il male dell'universo. Taceva, ma il suo sangue stillante e vermiglio urlava.


Il Gesù deposto di Lorenzo Lotto (a destra), che avrei ammirato molti anni più tardi, era invece un Messia muto. Un corpo ormai slogato, inerme, stremato ed estenuato.

Un'altra faccia dell'umanità. La perdita, la sconfitta. Gli astanti si domandano, anch'essi muti, il perché di tanto strazio. E non trovano alcuna risposta. E' il quadro del nulla. La Madonna è un'icona araba completamente velata, perché esiste un pudore nella sofferenza troppo gridata, incomprensibile. Persino il viso dell'angelo è interrogativo, quasi a domandare il senso di tutto questo.


Da bambina non incontravo difficoltà a coniugare il Gesù dei Vangeli al JHWH dell'Antico Testamento, ma della loro pronta risposta, del loro accorrere solerte e misericordioso mai avrei dubitato; in seguito dovetti sperimentare, al contrario, quel mutismo, quell'ostinazione abissale nel buio, nella dissoluzione, nel grigio bituminoso dei nostri inferni quotidiani. Era, è per noi, in tutto il viaggio terreno, il tempo della deposizione, il tempo sospeso.


Oggi i nuovi deposti sono i testimoni di pace anonimi o dimenticati. Hanno il volto di Shahbaz Bhatti, Ministro pachistano per le minoranze, difensore di Asia Bibi e di molti altri perseguitati, di ogni religione e cultura, del suo Paese; o quello di Bruno Hussar, fondatore di Nevé Shalom, il primo kibbutz israelo-palestinese all'interno del quale si trova la Casa del Silenzio, edificio sgombro e circolare, privo di immagini sacre, enigmatico e definitivo, dove ognuno può riunirsi per pregare il proprio Re, Cristo, Allah o semplicemente ritrovare un amico, fare un vuoto, riappropriarsi della propria essenza profonda. I deposti, poi, sono tutti quegli occhi fermi e senza nome, o quelle storie comuni e spezzate, come gli immigrati annullati dal mare (cfr. a questo proposito il pronunciamento dei vescovi lombardi), o donne sgozzate e martoriate (ad Ascoli Piceno, la ventinovenne Carmela Rea è stata accoltellata e la sua schiena incisa con una svastica; a Catanzaro, una tredicenne è stata ridotta in fin di vita, a colpi di pietra, dal "fidanzato" diciassettenne che intendeva lasciare; in Veneto Mukhtar Mai, giovane donna pachistana, è stata stuprata per "punizione indiretta" nei confronti del fratello, reo di aver intrapreso una relazione con una donna di un altro clan, e ora i violentatori sono stati scarcerati; ).


Il commovente Cristo morto in legno, di ignoto autore settecentesco, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Sanremo.



Hanno il volto degli armeni di cui ricorre il genocidio proprio il 24 aprile; o, ancora, di Juliano Meir-Khamis, autentico messaggero di pace, cineasta, artista, un "pazzo" che credeva nell'utopia. Un Malcolm X israelo-palestinese-ebreo-cristiano-islamico, un ibrido, un irregolare destinato, come tutti gli irregolari autentici, a una fine non solo triste, ma anche oscura e ingloriosa. Chi ha pianto per lui? Quante colonne gli sono state dedicate sui giornali, all'indomani della sua scomparsa (7 aprile) ad opera di fanatici fondamentalisti?

Io non so cosa avvenga "dopo". Forse, adesso, mi rassicura di più pensare che anche quel mutismo ostinato in fondo era scritto e contemplato. "Non lasciare fuori niente della creazione", probabilmente significa questo. Ma mi piace pensare che, alla fine, in un pertugio lontano e sfolgorante, torni quel Re, meno ingenuo e più creaturale, innocente per aver provato il male, quindi riedificato. E non inesperto, dopo aver veduto.