i - Rocco, Giuseppe, Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario - vennero davvero immolati sul rogo, quel maledetto 6 dicembre 2007. Fu un autodafé. Come tutti gli autodafé della storia, una blasfemia. Un sacrificio insensato in nome d'un dio mortale chiamato Profitto. Di loro mi ero occupata una prima volta nella novella Olio minerale. Di loro o, forse, di lui. Perché, quando la scrissi, era deceduto il solo Antonio Schiavone [terzo da sinistra in alto, nell'immagine]. Già tanto. Già troppo. Ora, mentre contemplo di nuovo quei volti, rimango abbacinata. Da essi traspira un'atemporalità solenne e tuttavia familiare. Sono, infatti, visi antichi. Accomunati da un'unica linea obliqua, che li trapassa. Da un'acquiescenza mite e domestica. Dalla melanconia dei cani. Dal vagolare sperduto di lontani, insepolti militi ignoti. I nomi. Così italiani, così maschi. Rocco Marzo, il più anziano dei sette, era prossimo alla pensione. Lo sguardo incanutito, i baffi impensati e fuori moda. Un nome che evoca la pietra, e termina in un mese aereo, primaverile, leggero e sbarazzino, un mese da ragazzi, dell'incerta sbadataggine di scolaro. Mese di rinascita, di cortili. Mese dello spirito. Mese che ricapitola una vita, che sventaglia affetti, e abbracci, e cene, e figli, e case. E Rocco era pronto a riassaporare, a godersi il tepore di tutto questo. L'unico, vero senso dell'esistenza. Avevano sogni, tutti, questi uomini e ragazzi dalla pelle bruna, i profili morbidi o scheggiati, su cui la contemporaneità del colore e delle collanine di plastica non lascia che un'ombra di piuma. Palpitavano, i loro occhi, sotto i cieli sfangati d'una Torino crudele, e non erano brulicanti formiche, ma persone singole, irripetibili. Concrete perché avevano un progetto. La speranza d'una cosa. Come sempre. Come dev'essere, fin quando calcheremo questa terra. Hanno scritto: una volta ogni milione di anni, i morti si prendono la rivincita sui vivi, e non lo fanno solo a nome loro, ma per tutte le altre, anonime "vittime del lavoro" che sono in realtà vittime di altri uomini, della loro sete di dominio e di guadagno. Quella loro rivincita è una resurrezione. Non fisica. Ma dell'anima. La senti, in quei momenti, così vicina, così palpabile e grande, la Giustizia, così afferrabile il Paradiso, che lo pretendi, e ti si aprono finalmente gli occhi, e ricordi chi sei, rammenti la tua dignità strappata, il tuo sorriso disteso, enorme, circolare. Rivolto al tuo vicino, alla tua sorella. Perché non esiste altro modo per vivere, che essere umani, totalmente, per sempre. E' una buona Domenica delle Palme, questa. Prefigura il martirio, certo. Anticipa l'estrema solitudine. E precipita in un tunnel freddo e umido dove nessuno può udire o cercare. Ma, quando riemerge, porta con sé l'intera creazione, e contiene mille cieli, e miriadi di mondi. Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza (Gv 10, 10). Alcuni momenti de La fabbrica dei tedeschi, il docu-film di Mimmo Calopresti girato nel 2007 in memoria degli operai assassinati.
domenica 17 aprile 2011
Più insieme
Una condanna a sedici anni. Per omicidio volontario. Questo il verdetto della Corte d'assise di Torino nei confronti dei dirigenti della Thyssen Krupp. Fosse in vigore il ddl sul processo breve, probabilmente la sentenza non avrebbe potuto essere emessa. Eppure quei sette uomin
i - Rocco, Giuseppe, Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario - vennero davvero immolati sul rogo, quel maledetto 6 dicembre 2007. Fu un autodafé. Come tutti gli autodafé della storia, una blasfemia. Un sacrificio insensato in nome d'un dio mortale chiamato Profitto. Di loro mi ero occupata una prima volta nella novella Olio minerale. Di loro o, forse, di lui. Perché, quando la scrissi, era deceduto il solo Antonio Schiavone [terzo da sinistra in alto, nell'immagine]. Già tanto. Già troppo. Ora, mentre contemplo di nuovo quei volti, rimango abbacinata. Da essi traspira un'atemporalità solenne e tuttavia familiare. Sono, infatti, visi antichi. Accomunati da un'unica linea obliqua, che li trapassa. Da un'acquiescenza mite e domestica. Dalla melanconia dei cani. Dal vagolare sperduto di lontani, insepolti militi ignoti. I nomi. Così italiani, così maschi. Rocco Marzo, il più anziano dei sette, era prossimo alla pensione. Lo sguardo incanutito, i baffi impensati e fuori moda. Un nome che evoca la pietra, e termina in un mese aereo, primaverile, leggero e sbarazzino, un mese da ragazzi, dell'incerta sbadataggine di scolaro. Mese di rinascita, di cortili. Mese dello spirito. Mese che ricapitola una vita, che sventaglia affetti, e abbracci, e cene, e figli, e case. E Rocco era pronto a riassaporare, a godersi il tepore di tutto questo. L'unico, vero senso dell'esistenza. Avevano sogni, tutti, questi uomini e ragazzi dalla pelle bruna, i profili morbidi o scheggiati, su cui la contemporaneità del colore e delle collanine di plastica non lascia che un'ombra di piuma. Palpitavano, i loro occhi, sotto i cieli sfangati d'una Torino crudele, e non erano brulicanti formiche, ma persone singole, irripetibili. Concrete perché avevano un progetto. La speranza d'una cosa. Come sempre. Come dev'essere, fin quando calcheremo questa terra. Hanno scritto: una volta ogni milione di anni, i morti si prendono la rivincita sui vivi, e non lo fanno solo a nome loro, ma per tutte le altre, anonime "vittime del lavoro" che sono in realtà vittime di altri uomini, della loro sete di dominio e di guadagno. Quella loro rivincita è una resurrezione. Non fisica. Ma dell'anima. La senti, in quei momenti, così vicina, così palpabile e grande, la Giustizia, così afferrabile il Paradiso, che lo pretendi, e ti si aprono finalmente gli occhi, e ricordi chi sei, rammenti la tua dignità strappata, il tuo sorriso disteso, enorme, circolare. Rivolto al tuo vicino, alla tua sorella. Perché non esiste altro modo per vivere, che essere umani, totalmente, per sempre. E' una buona Domenica delle Palme, questa. Prefigura il martirio, certo. Anticipa l'estrema solitudine. E precipita in un tunnel freddo e umido dove nessuno può udire o cercare. Ma, quando riemerge, porta con sé l'intera creazione, e contiene mille cieli, e miriadi di mondi. Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza (Gv 10, 10). Alcuni momenti de La fabbrica dei tedeschi, il docu-film di Mimmo Calopresti girato nel 2007 in memoria degli operai assassinati.
i - Rocco, Giuseppe, Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario - vennero davvero immolati sul rogo, quel maledetto 6 dicembre 2007. Fu un autodafé. Come tutti gli autodafé della storia, una blasfemia. Un sacrificio insensato in nome d'un dio mortale chiamato Profitto. Di loro mi ero occupata una prima volta nella novella Olio minerale. Di loro o, forse, di lui. Perché, quando la scrissi, era deceduto il solo Antonio Schiavone [terzo da sinistra in alto, nell'immagine]. Già tanto. Già troppo. Ora, mentre contemplo di nuovo quei volti, rimango abbacinata. Da essi traspira un'atemporalità solenne e tuttavia familiare. Sono, infatti, visi antichi. Accomunati da un'unica linea obliqua, che li trapassa. Da un'acquiescenza mite e domestica. Dalla melanconia dei cani. Dal vagolare sperduto di lontani, insepolti militi ignoti. I nomi. Così italiani, così maschi. Rocco Marzo, il più anziano dei sette, era prossimo alla pensione. Lo sguardo incanutito, i baffi impensati e fuori moda. Un nome che evoca la pietra, e termina in un mese aereo, primaverile, leggero e sbarazzino, un mese da ragazzi, dell'incerta sbadataggine di scolaro. Mese di rinascita, di cortili. Mese dello spirito. Mese che ricapitola una vita, che sventaglia affetti, e abbracci, e cene, e figli, e case. E Rocco era pronto a riassaporare, a godersi il tepore di tutto questo. L'unico, vero senso dell'esistenza. Avevano sogni, tutti, questi uomini e ragazzi dalla pelle bruna, i profili morbidi o scheggiati, su cui la contemporaneità del colore e delle collanine di plastica non lascia che un'ombra di piuma. Palpitavano, i loro occhi, sotto i cieli sfangati d'una Torino crudele, e non erano brulicanti formiche, ma persone singole, irripetibili. Concrete perché avevano un progetto. La speranza d'una cosa. Come sempre. Come dev'essere, fin quando calcheremo questa terra. Hanno scritto: una volta ogni milione di anni, i morti si prendono la rivincita sui vivi, e non lo fanno solo a nome loro, ma per tutte le altre, anonime "vittime del lavoro" che sono in realtà vittime di altri uomini, della loro sete di dominio e di guadagno. Quella loro rivincita è una resurrezione. Non fisica. Ma dell'anima. La senti, in quei momenti, così vicina, così palpabile e grande, la Giustizia, così afferrabile il Paradiso, che lo pretendi, e ti si aprono finalmente gli occhi, e ricordi chi sei, rammenti la tua dignità strappata, il tuo sorriso disteso, enorme, circolare. Rivolto al tuo vicino, alla tua sorella. Perché non esiste altro modo per vivere, che essere umani, totalmente, per sempre. E' una buona Domenica delle Palme, questa. Prefigura il martirio, certo. Anticipa l'estrema solitudine. E precipita in un tunnel freddo e umido dove nessuno può udire o cercare. Ma, quando riemerge, porta con sé l'intera creazione, e contiene mille cieli, e miriadi di mondi. Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza (Gv 10, 10). Alcuni momenti de La fabbrica dei tedeschi, il docu-film di Mimmo Calopresti girato nel 2007 in memoria degli operai assassinati.
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