domenica 22 maggio 2011

La logica dell'insetticida

Adesso strepitano - ma sarebbe meglio usare il singolare - all'estremista. Strepitano, o meglio strepita, anche per molto altro: da una ventina d'anni almeno non assistevamo a un florilegio d'ingiurie così rutilante, chiassoso e volgare da parte d'un "politico". Ma restiamo, per ora, all'estremista e al singolare. Perché chi strepita, in verità, è uno solo. Gli altri, la nutrita cerchia di famigli uggiolanti, non è che la sua solita, stanca eco. L'eco del Capo. Del loro Capo. Di Silvio Berlusconi.









Com'è andata alle amministrative che costui ha preteso di trasformare in referendum sulla sua persona? Lo sappiamo. Torino e Bologna alla sinistra; ballottaggio persino a Napoli, dove pure quest'ultima ha dato una pessima prova di sé e si è presentata divisa (e a spuntarla è toccato al magistrato Idv Luigi De Magistris); ma, soprattutto e ciò che più brucia, Pisapia (a lato) ce l'ha fatta. A momenti, in modo definitivo. Ha distaccato la sindachessa Moratti, cioè Berlusconi, con quasi otto punti di vantaggio. Un risultato sorprendente anche per chi scrive. Fra otto giorni, la sfida conclusiva.



Sono rimasta sorpresa, lo ammetto. Sarà perché la sinistra è, in qualche modo, abituata a perdere. Sarà perché l'immensa bulimia mediatica del Cavaliere, la sua campagna elettorale ostentatamente plutocratica, a scorno delle tasse contro cui inveisce e che assicura ancora, con trucco da prestigiatore consunto, di voler abbassare o addirittura togliere, mi avevano fatto dubitare della sconfitta del debordante Golia. Invece.

Invece l'illusione è finita. Perché Milano si è ritrovata più povera, sporca, ingaglioffita, abbandonata. I giovani impossibilitati a trovar casa o ad affittarne una. E non per colpa di extracomunitari e vagabondi, come ciarla la destra. Ma perché gli alloggi restano sfitti. Laura Di Dio, la candidata umanista che, pur non eletta, ha comunque ottenuto un buon successo personale (a fianco, ancora con Pisapia), lo denuncia da tempo: "Un giovane non può permettersi di spendere 6-800mila lire per una ventina di metri quadrati, specialmente quando il lavoro precario non glielo permette e le banche, proprio a causa di questa precarietà, non gli concedono alcun prestito". Gli anziani stanchi dei tagli ai servizi sociali. Per non parlare dei disabili: "Duecento milioni in meno per i Comuni lombardi nel 2011 e 300 in meno per il 2012, azzeramento del fondo nazionale per la non-autosufficienza. A rischio, si fa per dire, servizi essenziali che andranno in carico alle famiglie [...]: assistenza domiciliare, progetti di vita indipendente, servizi di formazione all'autonomia, centri socio educativi, comunità alloggio", racconta uno sdegnato Franco Bomprezzi a Vita.it, all'indomani della contestazione alla Moratti sotto il Pirellone, da parte di numerose associazioni di disabili. Persino un industriale come Roberto Mazzotta, politico democristiano di lungo corso e attuale presidente di Mediocredito lombardo, pur classificando il voto a Pisapia come "di protesta" - sulla qual cosa fermamente dissentiamo - è stato netto: "La vittoria di Pisapia è arrivata da ambienti disomogenei. Dai ceti popolari, da quelli borghesi, da categorie con interessi diversi accomunate dalla richiesta di buon governo, dalla necessità di sostanza, di stile, di classi dirigenti migliori. Letizia Moratti non ha avuto un'idea di futuro".



Il resto è storia. Sì perché, comunque vada, a Milano, Gerusalemme d'Italia, si è già deciso. Berlusconi ha già perso e lo sa. Naturalmente può riuscire a colmare lo svantaggio; la sua è una macchina da guerra potentissima, ma il meccanismo si è inceppato. Quel meccanismo che oggi udiamo stridere, per la prima volta, e per la prima volta avvertiamo urticante, digrignato, rugginoso, stomachevole.



Strepita all'estremista, si diceva. Dopo le imboscate, i colpi bassi e sleali ad opera della replicante Moratti i giorni immediatamente precedenti la sfida, dove Pisapia è stato accusato di essere ladro, terrorista, cocainofilo e quanto di peggio il peraltro scarso vocabolario della destra è riuscito a estrapolare dalle taverne di chissà quale oscuro ventre, dopo il silenzio stordito di qualche giorno, era da prevedere la nuova, feroce zampata. Il crollo del berlusconismo sarà tremendo, aveva scritto tempo fa un osservatore, e lo stiamo verificando in questi giorni. Altro ancora avverrà.



Il motto è il seguente: "Non lasceremo Milano in mano agli estremisti". E basterebbe. Basterebbero queste parole per convincere gl'indecisi a schierarsi definitivamente con Pisapia [cfr. il programma dettagliato, http://www.pisapiaxmilano.com/wp-content/uploads/2011/04/programma-coalizione.pdf].



La sciagurata frase rappresenta, infatti, un'involontaria auto-condanna. Il berlusconismo, ed esso solo, è estremista nella sua essenza. E' estremista nella figura del suo creatore e padrone, nel suo corpaccione inquartato, nel suo gesticolare marionettistico e grottesco, nel sorriso ghignante da cui tralucono denti aguzzi e avvelenati. Il berlusconismo è la malattia delle "brave persone", come le definiva Pasolini; dei piccolo-borghesi che seguono la logica dell'insetticida, e che, in tempi di calma, si camuffano da moderati, raccontano bubbole, ma covano un odio frustrato, quindi feroce e represso, contro un indefinito, sconosciuto e misterioso "altro". Starei per dire il "diverso", ma non è poi così.


Berlusconi e il suo ripetitore Bossi paventano, come un mantra, una Milano in mano a Pisapia e in balia dei centri sociali, tramutata in Zingaropoli, teatro della più grande moschea d'Europa: un'autentica invasione tratteggiata a tinte forti dall'ultima Fallaci, da cui l'uomo d'Arcore ripiglia l'asserto farraginoso e intollerante; la cui rozzezza intellettuale veniva però mitigata, nella scrittrice fiorentina, da una prosa ricercata, lontana anni luce dall'italiano da "convenscion" provinciale dell'industrialotto brianzolo. Milano, anche, come nuova Sodoma: "Pisapia vuole i matrimoni gay!", urla il Cav. indignato, e gli fa da contraltare l'incommentabile Giovanardi sottosegretario alla Famiglia (sic), il quale, nel suo bolognese bolso e impaniato, rincara la dose immaginando le fiamme dell'inferno pure su Napoli: "Se vince De Magistris saranno favoriti gay, trans e femminielli". A scapito della sana famiglia tradizionale, s'intende. Per la cronaca, Giovanardi, sottosegretario senza portafoglio, in questi anni si è caratterizzato per il vuoto pneumatico di qualsivoglia proposta a favore della fantomatica "famiglia". Egli interviene, da comico malgré lui, solo per divertire un pubblico di bocca buona coi suoi strali antigay, che piacciono esclusivamente al Vaticano e alla vecchia vergine Binetti; e che, criminalmente, hanno però fatto franare la proposta di legge sull'omofobia, osteggiata con tutte le forze dalla succitata Chiesa e ovviamente da Berlusconi & truppa assortita. Ma poi, chissà come, scopriamo che secondo l'Ocse, e non l'Arcigay, in Italia aumenta la diseguaglianza sociale: colpa dell'ingiusta politica fiscale e previdenziale (riecco le famigerate "tasse" che sarebbero sparite e i tagli al welfare!), del mancato inserimento nel lavoro dei gruppi sottorappresentati - donne, giovani - e un investimento sulla famiglia che non supera l'1.4%: tra i più bassi d'Europa!



Ma Giovanardi crede d'aver assolto il suo compito di bravo cattolico pigliandosela con la pubblicità dell'Ikea e gli organizzatori dei rumorosi Family Day di alcuni anni fa si sono dileguati come neve al sole.



Basterebbero questi slogan imbelli, questo razzismo odioso, idiota e menzognero, da Repubblica iraniana, per qualificare gli estremisti? Basterebbero. Tuttavia, qualcosa ancora manca.



Berlusconi fa leva sull'unico collante che gli ha garantito un successo quasi ventennale e che riassume l'intera natura del berlusconismo: l'istinto. La parte bassa. La pancia. Il limite. L'istinto caratterizza certo l'uomo. Ma anche l'animale.


L'istinto, lo dice la parola, è immediato. Soddisfa gli umori più cupi e profondi, il bisogno ferino di sopravvivenza. Ma si esaurisce in sé stesso. Molto presto. Affine all'istinto è la paura.





La paura, o meglio il terrore, ha contrassegnato il primo uomo e il primo animale. Si può affermare che l'uomo ha cominciato a umanizzarsi quando ha saputo dominare la paura; quando non si è limitato a fuggire, con un seguito di stravolti ululati, di fronte ai tizzoni ardenti, ma si è soffermato a osservarne uno, e ha compreso che quell'oggetto rovente poteva pure dimostrarsi utile; che il fuoco serve; che non solo brucia e devasta, ma riscalda, cuoce, disinfetta, nutre.



Per comprenderlo, l'uomo ha insomma utilizzato il cervello. Per insegnarlo ad altri uomini, ha prodotto e trasmesso cultura.



Chi vellica l'istinto, quindi la paura, anzi il terrore, torna all'uomo primordiale. Al primato. All'anello di congiunzione. Alla bestialità. E' pertanto logico che il primo nemico da abbattere è la cultura. Lo si può fare in tanti modi: coi roghi di libri, con la televisione, coi gulag, con il consumismo.



Se si torna alla paura, si torna alla diffidenza. Che si esercita, dapprima, su chi ci appare maggiormente diverso: lo zingaro, appunto, l'extracomunitario, l'omosessuale, il "deviante". Ma che, in seguito, si allarga al vicino di casa, anche a quello più "normale", perché ciascuno è, in verità, un diverso. Anziano. Giovane. Disabile. Donna. Uomo. Diverso per viso, per sguardo, e, se non per idee, almeno per gusti. Perché ognuno è irripetibile. Nemmeno le nostre impronte digitali costituiscono la "replica" di un'altra.



Ecco così avverarsi il racconto erroneamente attribuito a Brecht. La paura, insomma, è mancanza di relazione. E' chiusura. E' logica dell'insetticida.



Cosa intendiamo per logica dell'insetticida?



Qualcosa che caratterizza non soltanto il berlusconismo ma, più in esteso, il sistema capitalistico e consumistico. Gli uomini, per questa logica, sono oggetti. O, al più, animali infestanti. Tralasciamo pure che la moschea e gli spazi per i Rom erano già stati approvati nel Pgt del 2010 dalla giunta Moratti (Berlusconi); e sorvoliamo sul fatto che, nel programma di Pisapia, non si prospetti alcuna Zingaropoli né abbeveramento di cammelli in piazza Duomo ma, più opportunamente, centri culturali e religiosi aperti a ogni credo. Ciò che già avviene, del resto, non nell'Eurabia dei deliri fallaciani, ma nelle più avanzate metropoli europee (Roma compresa) e non solo - persino nelle Torri Gemelle aveva sede una moschea! -. Non è chi non veda come assembramenti chiusi e abusivi, diretti da personaggi oscuri, incapaci di parlare italiano e non soggetti ad alcun controllo che non sia strettamente poliziesco, costituiscano sacche di potenziale eversione assai più pericolose di gruppi riconosciuti, integrati e soggetti a lealtà alle istituzioni che li ospitano.



Ma la logica dell'insetticida non arriva a ciò. Essa si limita a sterminare, schiacciare, rigettare ciò che non le interessa o la infastidisce. Non può comprendere l'interiorità umana, perché non sa che farsene. L'immigrato, per la logica dell'insetticida, funziona ed è utile solo se resta clandestino, perché sia più facilmente sfruttato; senza diritti, per lo stesso motivo; umiliato nelle sue ambizioni più elementari, per abbrutirlo e additarlo come pericolo pubblico agli occhi dell'operosa gente "perbene". Meglio costringere migliaia di musulmani a pregare in strada, perché gli si vieta un luogo di ritrovo, per poi tuonare contro l'invasione dei marciapiedi, denunciare il disagio dei cittadini, la rabbia, la paura, ancora e sempre la paura.



E meglio stipare immigrati e Rom in quegli orridi lager chiamati Cie, o sgomberarne i campi (peraltro sempre gli stessi, denunciano la Caritas milanese e "Famiglia Cristiana", la quale aggiunge: "L'integrazione passa soprattutto dalla scuola. Ma i continui sgomberi rendono ardua quest'opera. Nicu, 11 anni, è stato costretto a cambiare sei scuole in due anni, e Railuca, 8 anni, ha subito 18 sgomberi in sei mesi. La città è tappezzata di manifesti elettorali con il numero di sgomberi effettuati. Si tratta, in realtà, degli stessi Rom continuamente sgomberati, sempre dagli stessi posti. Emblematico è il cavalcavia Bacula: un'area sgomberata 32 volte in tre anni. Milioni di euro spesi per spostare un problema senza risolverlo").



Molti anni fa la casa editrice Millelire pubblicò un libretto intitolato Papalagi (=europeo), diario di un abitante delle isola del Pacifico in visita al Vecchio Continente. Fra le tante "stramberie" della popolazione indigena, il nostro viaggiatore elencava i "luoghi della finta vita": vale a dire i cinema, "dove i Papalagi si riuniscono al buio per vedere su un telo bianco quello che la realtà offre tutti i giorni, naturalmente". Finora Berlusconi ci ha proposto lo stesso telo bianco della finta vita: ignoriamo se sia giunto finalmente il momento in cui si spengono i riflettori; ma, certo, il primo tempo si è concluso.